di ragione annaspo, ché di ragion s'annega.

Principiar da un perché, perché il sangue è tanto nelle vene, perché la vita è lunga appesa ad un filo.
Volgo al sorgere con tante domande.
Che rimangon sempre. Ad ogni alba, ad ogni concludere, ad ogni respiro.
Quindi seguito a chiedere ed a chiedermi. E chiedendo guardo, come vuoti che perdon chiarezza, vibranza, scintille. Nella notte.

Vivo per la notte.
Nel lasso che non vede ragioni altrui dar luce al mondo. Nel periodo che si perde in incoscienza e spirito di iniziativa a sognare.

E quando di ragione muor scintilla, come luna che cede, stella che muore, occhi che spengono altri occhi, riflessi. Allora nasce l'infinito.
Che lì accanto spera e sempre lì accanto trasporta per mano (delicato).

Allora chiudo gli occhi e non sono più. E leggerezza si fa tema e nulla si fa corpo. E invade.
Non che il giorno porti geometrie. O parole che poi, in un improbabile momento futuro, creino disegni di realtà. No.

Il giorno arriva, come elemento collaterale.
Arriva ad un tratto. Ed in quel tratto si scopre nudo.
Collateral del buio, del sole o di una lacrima fiondata su un pavimento di piastrelle rosse.

Allora gli occhi s'apron e la realtà s'affaccia oltre il vetro di una finestra. Lontana. Possibile.
(Potrei farmi di passi ponte e di ponte lancio, ecco.)
La tocco anche, a volte. La ammiro. Così complicata, così palpabile, così frenetica.

Allora di corazza mi dipingo il viso. E sguardi di speranza abbasso, sotto il dì, sotto la superficie grassa dell'essenza.

Dove ombra rimane ad accogliermi. E graziosa mi guarda e mi infilza.

Ma sempre piano, sempre sola
e sempre morbida.

tobia alberti, 12 febbraio 2013