quel giorno lui, sbocciò

Un giorno sì svegliò e s'accorse che il buio era ancora intorno, che il silenzio spegneva ancora sguardi che, chiusi, respiravano con regolarità sotto le lenzuola accanto a lui (bianche).

Pigiama, cuscini, scuro. Ma occhi aperti, aperti al vuoto e vuoto di suoni impercettibili, di piccoli scricchiolii, o fruscii, o ancora respiri. E respiri regolari, dolcemente, regolari.

Lui, lì seduto, viveva. Viveva gli attimi prima del mondo, gli istanti prima del tutto, del tutti. Schiena dritta su letto in legno.

Ma nulla di questo era (non ancora). Perché luce non (non ancora).

Appena desto dal sonno. Appena conscio d'essere e, toccandosi il viso, d'esserci. Lì e fermo. A scrutar con tutto se stesso meno che con gli occhi. A carpir quella sfumatura che colore non era, ma che c'era ed impregnava la mente.

Sapore di mattina pronta a sbocciare negli occhi. Sapore di giorno che ancor non s'alza, ma che potrebbe, da un momento all'altro.
Quasi teso. Attendeva. Ora.

Smise di squadrare il buio intorno e si decise ad ascoltar soltanto. Forse un torrente. Forse il vento.
Nella stanza, nulla. Nulla e respiri un poco regolari. Respiri e silenzio.

Piano qualcosa, da lontano, s'approssimava. E lentamente cantava. Pianissimo, quasi provenisse dal bosco, dal prato dopo il bosco.

Non s'accorse quasi. E già era uno scuro più bello, quasi allegro, quasi uno sbadiglio. Uno sbadiglio, e dipingeva la vista di chiaro, e poi colore, e poi suono. Sole alla porta, e bussava.

Quel giorno lui s'alzò. Quel giorno lui s'alzò e si unì alla luce che calava sul mondo.

E, vento, volò via.

tobia alberti, 21 marzo 2013