gli alberi di plastica non saluteranno più (mai)

Annegavi sguardi nelle maniche, e le maniche erano bianche. Bianche come il cielo, bianche come il lago.
Guardavi con mano fragile gli occhi del mondo, seduta dentro una sedia di plastica. Bianca.
Pensavi ai passanti del mese prima, alle nuvole dell'infanzia, al passato cielo blu.

Ferma, nella sedia di plastica. Nella culla di bianco, di bianco colore marcata.
Piedi a te, nudi, mani cintura di gambe strette, strette e bianche. Sotto i loro pantaloni verdi sì, ma spenti.

La stradina era in discesa. Discendeva.
Discendeva insieme ad un altro passante. Il terzo, dalle 5.37 di mattina sino a lì. Piano.
Discendeva e ondeggiava. Sopra albero e vento, sopra ancora cielo, bianco.

Sopra le nuvole, blu.

Anche occhiali da sole. Tra il vestito oscillante del passante numero tre e i tuoi occhi.
(Non ne conosco ancora il colore).

Le biglie delle pupille (le tue) passeggiavano discrete insieme all'ultimo venuto. Sciarpa e capelli senza cura, sciarpa e cappotto lungo. Di lana. Di lana e scuro.

Occhiali. Occhiali da sole. Occhiali da sole scuri e fuori proporzione, quanto basta.

Cielo bianco.

Di tanto in tanto (a volte) un suono, una chicchera, parole, parole. Poi ancora, più lontano, bisbigli, parole. Come nuvole vicine al suolo cosparso di grigio e di tetti, di grigio di tetti e di teste di passanti radi ed indecisi (tutti).

Intorno alla sedia, qualche centinaio di anni prima era stato costruito un portone, un portone cupo, scuro, aperto. Soltanto a metà.
E quindi sedia, bianca, in dipinto scuro. Quasi ad alitar cantina, quasi di gentil gesto ed incivil colpa.

Numero quattro. Appena prima della fontana. Aperta.
Acqua fredda. Gelata. Bianca.

Sole.

Tu che immobile non pensi e non dici. Non pensi, non dici, e sei come gli altri.
Come i passanti della via accanto.

Immobili in cammino.
Immobili in cammino con meta immobili in cammino.

Un cerchio di bianco. Che poi è vita, loro. Che poi è morte. Che poi è un universo.

E nulla.

tobia alberti, 28 giugno 2013