amo dar vita a fotografie orfane della formalità che, nel dispiegarsi subito al tuo sguardo, le trova docili e arrese e bellissime.

L'evidenza che spezza la fantasia, che accade e cade mondi, di carta, di cristallo, di carte. Quel magnifico attimo che è l'incomprensione, la scoperta, la ricerca, la comprensione.

Io provo, io cerco di non ritrarre il mondo. Prendo spunto dal mondo per creare il mio, da proporre poi al vostro. Per arricchirlo, per assecondarlo, per romperlo (cercare di).

Un frutto acerbo, un treno in ritardo, uno sguardo che dice qualcosa, uno sguardo da scoprire, da vivere.

Non un frullato già pronto alla digestione, non un sole che scalda e non scotta, una strada interrotta.
Vorrei un'immagine da inventare e lasciar inventare, un incontro tra fantasia e pazzia, uno scambio di qualsiasi cosa, anche il nulla.

Non vorrei spiegarmi, dispiegarmi e poi, ormai evidente, scomparire. Vorrei essere, ed essere io, fotografia nata per avere un mondo suo. Che magari un giorno una persona capirà, interpreterà, renderà suo, inventando il suo futuro.

Vorrei dire tutto e niente. Tutto quello che puoi vedere, tutto quello che vuoi trovare, che vuoi donare. Tra pensieri e nuove realtà, un nulla che rode la ricerca di una banalità rassicurante. Rassicurante e arresa.

Questo.

Questo ed altro che ho nella testa, ma che ancora è troppo in cielo perché io possa raggiungerlo con le mani.

tobia alberti, 04 agosto 2013