(stelle di terra e colbacchi di seta) finestre, finestre

ho rubato tre attimi al freddo, per pensare al suono del cielo.
sicuro di parole sussurrate al cuscino, perle di gesti d'inchino, di semplice camminare, o nuotare, o veleggiare su laghi di persone in quieto vivere, su laghi di freddo lino e pietanze servite in piatti di riso.

la pelle.

che gioca al chiaro del pensiero, al lume della ragione che scompare, al lume della ragione ch'in porto attende viaggi, o partenze, o altre colazioni.

(stelle di terra e colbacchi di seta) finestre, finestre

ho rubato fronde di alberi inclini all'inverno come una finestra all'aurora. spalancati di lettere e farfalle di vetro,

di vetro e vento.

al freddo che cinge di mantelli le montagne. a nuvole che, morbide d'inquietudine, han visto tutto.
e adesso tacciono,
in preghiera di luci e stelle di carta.

l'uomo di creta che sorrideva al vino, è partito.
portando pietanze e valigie.

senza aver tolto al corpo del veliero la preziosa sciarpa, senza aver tolto fronde alle panchine del lago, tolto sorrisi ai passanti colorati di pastello.

accende tutte le sere un fuoco.
un fuoco di legna e parole, di legna e speranza.

ammalandosi di vita, come la rana verso lo stagno.

predicando suggerimenti al buio,
troppo impegnato (ora) a guardare là.

perdendosi.

tobia alberti, 16 ottobre 2013