mimosa

giocava con le nuvole del cielo.

grigio, gocciolante buio
sussurrando come ninna nanna il freddo (il primo freddo).

si proteggeva il volto con le mani, al suono del respiro
alla leggera e umile condensa che donava alla sera.

non cantava, il canto le aveva dato vita.
il canto era lei.

un attimo fa sedeva,
sul ciglio dell'inverno, come un campo che calmo attende il temporale,
e intanto si lascia, dal vento,
cullare.

di vestiti, spoglio,
il mondo si protendeva in un abbraccio, in un caldo bacio.
al lume segreto di un pensiero tutto era,
e nulla sembrava esistere.

un pianoforte, un fiore, un mazzo di chiavi,
sedeva.

pareva una lettera dopo una virgola, una parentesi aperta al sole,
un sinonimo di parole sconosciute,
di suoni lontani dentro di me.

fuori da una finestra accennava saluti agli alberi,
agli alberi alla fine della radura.
dove il sogno decise di disegnar confine, dove il sogno regalò l'ignoto
e ignoto rimane.

divano, un tazza, in attesa della fine della canzone,
guardo.

(domani, oggi, tra sedici anni e un giorno)

accento glorioso che, dopo aver appeso un quadro alla parete,
si scioglie insieme ad un camino spento,
e non lascia l'immaginazione,
la tiene stretta,

ne coglie prigioniera,
e ride.

tobia alberti, 14 novembre 2013