sala d'aspetto del mondo (secondo piano, il piano dei pazzi)

Accorse e le baciò subito le mani, lavando il viso con un panno di ortiche.
Non conosceva il mondo,
per questo pianse vedendo quello che aveva sotto gli occhi.

Non sapeva che il giorno avrebbe dato in pasto il sole alle prime nuvole, alla prima luna,
alla prima notte.

Le ortiche appassirono, sì che non poté più nascondersi.
C'era, era,
e stava in piedi nella stanza.

Grandi stelle alle pareti, a sinistra un aeroplano,
sotto il letto,
fiori.

Sulle coperte bianche giaceva la creatura,
accanto alle ortiche, al cestino di vimini vuoto,
un comodino era accorso,
nella notte.

La materia osservava sé stessa, se ne compiaceva,
come quando la rosa si era guardata allo specchio scoprendo le spine,
rossa.

Non pensava,
prevalentemente era la stanza, cercando di fondersi con la creatura,
concentrando l'anima per lo sforzo.

Era in piedi,
ma la sedia di ferro blu aveva ancora l'aria stropicciata di un viso appena svegliato,
una coperta ai suoi piedi,

(ai suoi quattro piedi di vita tagliati alla morte dell'attesa, tagliati per donar spessore alla minuta statura del genere umano)

Le luci bisognava notarle.

Erano luci, di questo lui era quasi sicuro,
erano luci alle quali veniva voglia di domandar sera, alle quali si poteva chiedere un tè, una coperta,

(e di non spiare oltre il buco della serratura della propria camera,
morbida al buio del nulla)

Il nulla.
Gli piaceva molto.

Il nulla poteva essere bianco o nero,
e ci si poteva dipingere tutto il mondo, prima che la luce riuscisse a trovare la chiave nascosta sotto il tappeto ed entrare nella stanza.

Quindi aveva le mani davanti agli occhi,
entrambe, energicamente,

(e non piangeva)

Gridava,
gridava in silenzio le note di una melodia,
una melodia qualsiasi, una melodia qualsiasi

(quella che in quel momento suonava l'artista nella camera vuota della sua immaginazione)

Suonava la tromba,
era bravo, sembrava, sembrava alto,
sembrava tenesse in bocca una margherita, ma forse erano soltanto le luci del bar.

Luci,
quindi c'erano luci, e odori,
leggeri respiri interrotti, una coperta che si scostava,
odore d'ortica, di secco, di fieno,
quasi.

Scostò una mano alla volta,
aprendo l'indice per primo.

Teneva ancora gli occhi chiusi, cercando di immaginarsi il mondo prima di avere la disgrazia di constatarlo,

(o il dono)

Non donava spesso,
quindi pensava di più ad una disgrazia, un terremoto
nella sua piccola vita da marciapiede della ragione, da corrimano da accarezzare con un guanto, da lampione da dimenticare ogni mattina.

Ma non erano lampioni, erano neon,
e non stava ancora camminando oltre il ponte che lo avrebbe portato a casa,
o da qualsiasi parte,
dato che il ponte stava all'entrata dell'edificio, e quell'ospedale non era casa sua.

Non ancora,
aveva occhi che lo aspettavano,
non avrebbero condiviso.

Così come lui si divideva ogni giorno tra il mondo e il suono del mondo,
quel suono che come un fiume correva nelle orecchie lasciandosi cullare e contaminare dalle rive, dai ponti, dai pesci, da un sasso lanciato.

La superficie tremava, quando lanciava un sasso,
ecco.
Il sasso cadeva nel vuoto e la superficie tremolava soltanto, non gli pareva giusto,
non gli appariva sufficiente.

Non era elegante, equo, comprensibile.

Non che sentisse di essere il sasso,
ma l'acqua nemmeno,
e gli sembrava di aver perso una partita di qualche gioco con qualche persona mai esistita.

Esistita.

Sentiva dei rumori, rumori continui.
Non regolari, per fortuna,
si sarebbe detto che esisteva qualcuno (là fuori).

No.

Tremiti, respiri sconnessi,

(che lasciavano fluire l'acqua del fiume, come l'acqua del fiume che lo allagava ogni dodici passi e mezzo)

Avrebbe potuto socchiudere un occhio, a questo punto.
Si sforzava di immaginarsi virgola, porgendosi all'ignoto di qualsiasi parola stesse trovando vita in quel momento.

Si sa,
le persone che cercano vita spesso la trovano,
prima di smarrirla.

Non credeva si potesse sapere qualcosa,
quindi provò ad ascoltare ancora un po',
indeciso sul principio e sulla fine, dubbioso sul dubbio stesso
e curioso

(curioso)

Qualcuno gli aveva detto una volta, guardandolo senza aprire bocca, occhi o palmi di mano, che la curiosità era la parte buona del fiore reciso.

Sembrava quasi stesse decidendo, stesse vivendo,
lì fermo in mezzo alla stanza illuminata di luce
e di un finestra socchiusa.

Socchiusa,
brezza, freddo,
prima non c'era.

E se il mondo stesse scappando senza lasciare una lettera,
una spiegazione?

Avrebbe aperto gli occhi, indicando la porta che si vedeva oltre le montagne?

E le montagne,
esistevano ancora?

Annusava,
e non trovava il profumo di marmellata nel quale era cresciuto.
Avrebbe preferito rinchiudersi in una fetta di pane,
adesso.

(avrebbe)

tobia alberti, 25 novembre 2013