un mazzolino di fiori può anche salire dal mare, persona

di giocare non si giocava, eppure quando fece giorno non attese oltre e scese i quattro gradini della casa di legno.
conosceva il linguaggio e aveva le mani, come gli altri bambini.

aveva due tasche, piene di marmellata, e una bocca piena di pane.
questo di solito.

oggi aveva un grembiule marrone e un paio di occhiali da sole nel risvolto dei pantaloni, sopra le scarpe.

non si chiamava cielo, per non volare via.
piccolo come un fischietto, grazioso come un libro iniziato.

non smetteva mai di mangiare.
anzi, smetteva talvolta, e dormiva, oppure ascoltava le nuvole raccontare.

i colori esistevano, quel giorno.
e non si limitavano a suggerire, ma proprio parlavano.

il rosso carminio saltellava sul prato, allontanandosi dal piccolo albero posto al centro del mondo, e gridando: "ottantasette! ottantasette!"

questo accadeva.
come in cina accadeva che un palazzo venisse baciato dal cielo,
e a rovereto un passante salutasse il fruttivendolo, cadendo,
e come sulla luna un pinguino non smettesse di sguazzare nella polvere, immaginando l'acqua.

non rimaneva altro da descrivere, e jan lo sapeva, a modo suo.

sapeva che i grilli parlano, che la marmellata piace al coltello e che le carote non camminano (se non vengono costrette).

a casa rimanevano gli altri, e gli altri si mescolavano in un tutt'uno che diventava quadro, comò, cassapanca, tappeto, libreria, camino, cucina, lavabo, letto, finestra e portone.

vivevano in quanto parte di quel piccolo precipizio di pace, di coccole, di caccole e di brusche bruschette bruciate da bramose e brune bocche di bimba.

mentre jan sapeva jan, nello stesso momento, correva.
e ai lati le foglie cigolavano, e il ruscello starnazzava, nel suo fosso paradiso al largo del campo d'erba.

mentre gli occhiali cadevano (senza rompersi)
il rosso scompariva oltre gli alberi di baobab che delimitavano la radura.

passarono dieci minuti.

jan adesso non esisteva più.
(momentaneamente, al fine del dubbio, e della narrazione)

il prato adesso aveva fiori alle pareti, ed erano iris, ed erano piccole, e tante, almeno venticinquemila.
stavano in silenzio, guardavano immobili e attente il centro del prato, farsi sempre più giallo.

giallo.

(senza essere stato menzionato il sole splendeva, e splendeva già da parecchi miliardi di anni)

splendendo volava, per non cadere, per continuare a sognare, ma anche perché a casa lo aspettava una ciotola di minestra, e un album di fabrizio de andré.

bene.

quinti tutto aspettava qualcosa, sulla terra, mentre il cielo continuava a giocare e a fare quello che più gli garbava.

attesa.

il vento guardava fuori dalla finestra, controllando l'orologio.

attesa.

l'anima di jan pensava, vibrando di profumo.

attesa.

una porta che non si apre,
uno specchio che non vola,
una tromba che non cammina.

c'era un'orchestra, nascosta poco oltre l'inizio del bosco.
e nessuno ne immaginava l'esistenza.

(quindi forse era una banda, o un coro di voci bianche, oppure una formazione di ciclisti, o il giallo che era venuto a vedere i suoi parenti.)

poi il sole sparì, sferragliando di punto in bianco sullo scuro orizzonte.

freddo.

era trascorsa almeno un'ora, quando gli occhiali caduti a jan riuscirono a trovare il loro proprietario.
e saltellavano di gioia, loro.

che senza occhi non avevano visto nulla.

(le tende si aprirono, a quel punto)
erano tende blu, ma parevan nere, parevano fatte di buio, e il buio pareva fatto di pesto.

il barattolo era lì, e la sua barca dentro.
e il riflesso di due occhi seguirono il gesto di una mano, che lenta riponeva il mondo al suo posto, nello scaffale. 

prima che tu, che leggi, possa svegliarti. 
prima che tu possa scoprire,

che.

tobia alberti, 20 maggio 2014