cinque grammi di bianca superficie corrosa dal mio felice pianto

del bicchiere di tè color del sole ci s'aggrappa lo sguardo che nuoce.
fermo di pane e odore di corpo, odore di vita.

del terrazzo sul mondo non si era parlato, non si aveva aperto bocca, no.
amore.

che gli occhi bastano,
che i capelli volano,
che le formiche camminano sei passi alla volta.

ci sono finestre nell'acqua, e si spostano seguendo le dita che danzano.
ci sono rumori di cielo che talvolta accarezzano anche quello che esiste.

e si lasciano toccare con l'anima, si lasciano lasciare.

non perché si debba aprire una porta ed uscire,
ma perché si possa continuamente tornare.

le foglie della testa dell'albero,
la moglie del vasaio,
la lettera gialla tra la pubblicità,
un gesto nascosto,
un dito coraggioso che indica un dito coraggioso,
che aspetta.

togliendo il coperchio agli occhi,
togliendo la chiave dalla tasca per scoprire che in realtà era un pianoforte.

pianoforte.

che scuro è, tra le dita chiare che ho visto suonarlo, tra le note che lo percorreranno,
fino a trasformarlo in un sentiero montano, che porta verso quello che io chiamo bianco.

lo chiamo bianco e cerco di dargli un volto,
ogni volta diverso,
talvolta il tuo.

una maglietta blu nell'armadio,
un incenso di pesche,
un aeroplano di carta e cartone.

non perché si desideri tutti qualcosa di suo,
non perché si possa continuare a ballare.

per ridere.
per ridere.

accostando qualsiasi cosa possa volare, e camminando.

camminando.

all'improvviso, colti da un'idea che vuole, un nasturzio che si lascia visitare.
sulla terra per la terra, con la terra, con altri uomini e donne.

(donna)

tobia alberti, 29 agosto 2014