carlo celeste barlumi

lui lo aveva capito, ripeteva,
e ripeteva al muro.

l'aveva capito sedici mesi prima, cadendo dalla bicicletta.
da allora lo capiva ogni giorno, ogni lenzuolo, ogni camicia che sfilava via d'aiuto e d'altre mani.

al terzo piano di un pensiero chiaro soltanto di vernice, perché bianca.
non per luce, non per idea.

nel tombino non era caduta la macchina fotografica, così sul comodino non c'erano carte da gioco o occhiali da sole, o libri, o bibbie.

il comodino non c'era, per gli occhi.
il comodino faceva parte del mondo, e quindi non esisteva.

"non aprire mai la porta agli sconosciuti, carlino" diceva lo zio.

così il calabrone che volava sulla finestra era solo suono, anche se a casa aveva un figlio e due zie.

fuori dalla finestra c'erano altre finestre e qualcuno le guardava, soddisfatto della loro esistenza.
altri le guardavano per guardare più in là,
e ancora più in là.
altri le ponevano in competizione, di larghezza, colore, spessore, segni particolari, vetri, numero di soli riflessi.

che son tutti sogni questi, sono i sogni della mente del malato.
e il malato sta sdraiato, solitamente sulla schiena e solitamente tutto rannicchiato nella testa.

carlo aveva un corpo, un corpo fine alla poca luce che si immaginava contenere.

si svegliava alle sette e iniziava a provare le cose. normalmente prima era paura, come i passi del creato, e sostituiva la luce.
il verbo arrivava subito dopo.

"io ho capito".

la parte di canto era suggerita dal dottore, che però non approvava le note come forma di comunicazione e si scusava sempre con Dio.

si immaginavano tanti alberi, quando arrivava claudia e socchiudeva la finestra. e da qualche settimana gli alberi migliori erano quelli blu, a forma di pino, come icone volanti, nel cielo chiaro chiaro.

ogni profumo era il volto di un verbo, e per questo si ascoltava. si ascoltava infinitamente.
ogni tanto si batteva forte le mani, quando il profumo era sinfonia, o quando un odore era un buon ballo.

per buon ballo intendeva il ballo di lucia, quando si esercitava oltre la serratura delle porte, e lui le immaginava intorno il paradiso.
e poi la mamma diceva che era pronta la cena, e la minestra dipingeva il paradiso di verde, e ne riempiva i cestini della spazzatura, le nuvole e le forme dei palazzi.

perché il paradiso aveva i palazzi.

ne aveva pochi, alti, di statura dispari. intorno si districava la semplicità di linee e curve senza fine.
ogni due passi bisognava inventare qualcosa, e ogni quattro la inventava lui, quando non toccava a lucia, sotto la coperta del grande letto della grande sala da letto proibita talvolta.

anche il movimento nasceva dalla paura, e non aveva una nota. era un rumore, simile a qualcosa della casa dello zio che però non ricordava.

la porta schioccava, strisciava, e poi diventava dolce e spariva in chiusura.
ma ormai il dottore era entrato. e le ginocchia erano sempre vicine vicine al mento.

mentre entrava lo disegnava, e talvolta immaginava di finire la carta, per concentrarsi sulla consistenza del materasso.

il mondo si divertiva a divertirsi, e giocando non girava più.
chissà come era cresciuto il giallo del muro della scuola.
il cane del vicino che non aveva un cane, ma grandi probabilità di averlo.

carlino saliva sul tetto la notte.
carlino era sul tetto.
ballava leccando di sguardi le cose,

aveva occhi per il cielo.

con coraggio lo disegnava dentro le palpebre prima di svegliarsi,
sabbia.

del movimento d'istinto poi,
il mare.

tobia alberti, 25 settembre 2014